Intervista a Giacomo Rosselli (14 Marzo 2009)

Giacomo Rosselli nasce a Milano il 24 Gennaio del 1961 (Acquario).
A soli diciotto anni riceve il primo ruolo da protagonista nel film "Improvviso" (1979), scritto e diretto da Edith Bruck. Negli anni '80, viene visto recitare in alcune commedie disimpegnate, come "Segni particolari: bellissimo" (1983), di Castellano e Pipolo, e "Vacanze in America" (1985), di Carlo Vanzina. Alla fine del decennio, raggiunge molta notorietà partecipando alla serie TV "I ragazzi della 3 C" (1987), diretta da Claudio Risi. Attualmente, prosegue la sua carriera d’attore sui palchi teatrali di tutta Italia, dirigendo nel frattempo anche un’associazione culturale.

K.: Giacomo, quando hai sentito un primo avvicinamento verso l'arte della recitazione?

G.R.: In un momento molto, molto preciso. Nel 1975 vidi un film famoso all'epoca, "Taxi Driver", e c'era la parte di questa ragazzina prostituta, interpretata da Jodie Foster.
Mi innamorai di lei, e da quel momento anch'io volli fare l'attore. Cominciai anche a ritagliare qualche fotografia, di quel set.

K.: Parliamo del 1979, anno fondamentale per la tua carriera. Debutti come protagonista nel film "Improvviso", scritto e diretto da Edith Bruck. Che colori avevano le luci dello spettacolo, per un diciottenne?

G.R.: Ricordo che quel periodo lì era molto, molto bello. Io venni a Roma, nel 1977, perché mio cugino, già attore, aveva un buon rapporto con un agente cinematografico. Portai le mie fotografie a quest’agente, pensando però che rimanessero lì. Invece mi chiamò, feci qualche incontro, e Edith Bruck, scrittrice ungherese (recente vincitrice del premio "Viareggio" sezione narrativa, Ndr), mi scelse per il suo film, "Improvviso" appunto, che raccontava di un reale fatto di cronaca, in cui un giovane musicista, in un impeto di follia, uccide una donna su un treno. Il film venne presentato alla mostra del cinema di Venezia e ottenne anche critiche lusinghiere, ma ebbe poi scarsa visibilità. Ad ogni modo, fu un'esperienza splendida, cominciare con un ruolo da protagonista. E' una cosa che può capitare quando sei molto giovane, se ha il viso giusto per il ruolo...

Ebbi peraltro la fortuna di conoscere due attrici importanti, sul set: una era Andréa Ferréol, attrice francese molto brava, che rivestiva il ruolo di mia madre, l'altra invece era Valeria Moriconi, grande attrice del teatro italiano. Mi propose di partecipare al suo prossimo spettacolo, ed io naturalmente accettai entusiasta. Così, dopo la presentazione di "Improvviso" a Venezia, cominciò l'avventura teatrale con la Moriconi e un grande regista di nome Franco Enriquez. Fu molto bello.

K.: All'inizio del decennio successivo, vieni chiamato a partecipare alle commedie di alcuni dei registi più gettonati del periodo, fra cui i fratelli Vanzina e Castellano e Pipolo. Cos’ha portato il Giacomo Rosselli attore sulla strada del cinema disimpegnato?

G.R.: Guarda, non ci sono delle scelte precise. Un attore porta con se un book fotografico e un curriculum, con cui gira come una specie di rappresentante. Furono loro interessati a me, ma se per assurdo l'interesse fosse venuto da un altro tipo di cinema, avrei fatto quello. Non c'era una scelta, dietro tutto ciò. In seguito, ho capito che il cinema quando è bello è sempre impegnato. Come tutte le cose.

Feci poi un film per la regia di Giuliano Carnimeo, ed ero uno dei protagonisti, assieme ad Elena Sofia Ricci e Sebastiano Somma, all'epoca totalmente sconosciuti: il film si chiamava "Zero in condotta", e lo girammo durante l'estate del 1983. Durante le riprese si creò un bella atmosfera con gli altri attori e per quel periodo diventammo inseparabili. Altro lato bello e struggente del nostro mestiere: per un periodo si condivide tutto con un gruppo di persone, poi finito il lavoro si scende e si sale su un altro battello. E si ricomincia. Ad ogni modo, sul quel set vennero i registi Castellano e Pipolo che cercavano un personaggio per il ruolo del fidanzatino di Federica Moro, nel film "Segni particolari: bellissimo", e scelsero me.

Giacomo Rosselli in una scena del film "Amarsi un po..." (1984), per la regia di Carlo Vanzina.

Con i Vanzina, invece, tutto cominciò perché un amico di mio padre conosceva un loro aiuto regista. Io ero impegnato allora in un'altra tournée teatrale con Valeria Moriconi, e lui mi disse: "Ma perché non torni a Roma e ti fai vedere? I Vanzina stanno preparando due film". Non ne avevo molta voglia, perché con la compagnia stavamo a Bologna, e avrei dovuto prendere il treno e viaggiare di notte. Fatto sta che l'ho fatto, e i film in questione erano appunto "Amarsi un po'..." e "Vacanze in America". Feci soltanto un incontro con l'aiuto regista e poi mi chiamarono.

K.: Come vedi questi film, a distanza di anni?

G.R.: Con piacere, con piacere. Anche se ormai fanno parte di una stagione definitivamente tramontata della mia vita, li ricordo sempre con simpatia.

K.: Soffermiamoci su "Amarsi un po'..." (1984). E' qui che incontri per la prima volta Nicoletta Elmi. Ricordi qualche impressione su di lei, in quel primo approccio lavorativo?

G.R.: Il primo incontro me lo ricordo. Quel giorno fui convocato per girare nel pomeriggio in una di queste villette dell'Olgiata, vicino Roma. Quando arrivai c'erano gli attori che si stavano preparando per la scena che giravano al mattino, fra cui appunto Nicoletta Elmi e Tawnee Welch. La prima volta notai che era molto carina, e anche brava, ma la vidi soltanto, perché non avevamo scene insieme. Giravano la loro scena in un maniero, Tawnee Welch interpretava una nobile, e Nicoletta Elmi faceva la parte della sua amica, nobile anch'essa, per cui era vestita da cavallerizza, con gli stivali di pelle. Mi ricordo la sua figura elegante, la lunga treccia che spuntava dietro il cappello da tenuta. Insomma, una bella ragazza! Quel nostro primo incontro fu comunque estemporaneo e approssimativo.

Ricordo benissimo, invece, il primo ciak di "Amarsi un po'...", sempre girato all'Olgiata, in quello stesso giorno. Eravamo io e Tawnee Welch, della quale facevo il fratello. Carlo Vanzina, dopo quel primo ciak, esclamò arrabbiato: "Questa scena è una vera cagata". Testuali parole! Perciò pensai, con grande rammarico, che la mia avventura fosse finita, almeno con loro. Invece, potenza del destino, non fu così!

In seguito, partecipai al film seguente di Carlo Vanzina, "Vacanze in America" (1985), e lì c'erano tanti personaggi che avrei poi incontrato successivamente, in particolar modo Fabio Ferrari, che interpretò Chicco ne "I ragazzi della 3 C". Ricordo che ci siamo conosciuti all'aeroporto di Roma, e al terzo giorno passato in America aveva già nostalgia di casa.

K.: Dopo il successo strepitoso di "Vacanze in America", vieni richiamato dai Vanzina per coprire un ruolo di rilevanza in un prodotto televisivo intitolato "Un anno di scuola", per la regia di Neri Parenti. La puntata pilota, girata nel 1985, convince i finanziatori a procedere con la realizzazione di una serie composta da undici puntate. Come ricordi l’inizio delle riprese de "I ragazzi della 3 C" (1987), successivamente dirette dal figlio d'arte Claudio Risi?

G.R.: La puntata pilota fu carinissima. Già conoscevo Fabrizio Bracconeri, che poi divenne Bruno Sacchi, perché lo avevo incontrato a una proiezione di "Amarsi un po'..." a cui parteciparono tutti gli attori di quel film. In quell'occasione, mi si presentò carinamente, venne lì da me e facemmo amicizia.
Ricordo che passava spesso sotto casa mia. Allora, praticamente, lui viveva nella sua macchina, un'Alfetta bianca con effetto stereo a palla, di solito sentiva Baglioni o Gianni Togni. Suonava al mio citofono e mi chiedeva, non so perché, sempre la stessa cosa: se volevo prendere un caffè a Civitavecchia! Penso che gli piacesse stare in macchina.

Comunque, ci contattarono i fratelli Vanzina. Enrico in particolare. Ci convocarono in produzione, uno per uno, e quando ci annunciarono che il telefilm si sarebbe fatto, aggiunsero: "Diventerete molto, molto noti. Questa serie sarà un successo, affrontatela con impegno e serietà". Loro ci credevano tantissimo a quel progetto ed esperti come erano azzeccarono in pieno le previsioni.

Giacomo Rosselli in una scena tratta dalla puntata pilota della 1° stagione de "I ragazzi della 3 C" (1987), di Claudio Risi.

Quando, poi, effettivamente girammo la puntata di prova fu divertentissimo, anche se durò solo dieci giorni. Neri Parenti, il regista, si era occupato del cast assieme ai Vanzina, e aveva formato un gruppo bellissimo. Lui era un regista realizzato, di successo, e riusciva a creare un'atmosfera molto bella. Credo che se poi si è fatta la serie, è stato anche grazie a lui e alle sue scelte riguardanti il cast, anche se il vero padre della serie e del conseguente successo fu Enrico Vanzina.

Poi c'è stato il primo anno, e fu divertentissimo. Ci vedevamo, uscivamo spesso insieme. Eravamo molto uniti.

K.: Anche stavolta ti ritrovi in un gruppo di giovani attori promettenti, fra cui la stessa Nicoletta. Ricordi in che modo lavorava sul personaggio di Benedetta Valentini?

G.R.: Lei aveva un'esperienza d'attrice fin da quando era bambina, non era nata il giorno prima, in senso artistico. Insomma, risolveva il suo personaggio con molta naturalezza, e lo rendeva benissimo. Poi era giustissima, con quei lunghi capelli rossi... Sicuramente è riuscita a dare un'impronta forte al suo personaggio, che a distanza di tanti anni è sempre tra i più citati.

K.: Tornando per un istante a noi, come ti sei immedesimato, nei panni di Daniele?

G.R.: Cercai il Daniele che era in me. Lo pensai dolce, svagato, e innamorato.

K.: Ti rispecchiavi in qualche modo in lui?

G.R.: Totalmente, o almeno così pensavo allora. Fino ad un certo punto della mia vita di attore ho sentito questo bisogno di identificazione completa con il personaggio. Adesso ho smussato i toni. Inevitabilmente qualche cosa, però, ci portiamo dietro. Ogni lavoro è un viaggio. E ogni viaggio è una acquisizione interiore.

K.: Per quanto riguarda Nicoletta, invece?

G.R.: Non ho idea di come lei potesse sentirsi nel personaggio. Lei era carina, dolce e solare. Il suo personaggio era notturno, dark e crepuscolare. Naturalmente, il tutto giocato attraverso la lente deformante della commedia. Ecco, questo giocoso contrasto, unito alla simpatia e alle capacità di Nicoletta, ha dato vita alla riuscita del personaggio.

K.: Che cosa pensava Nicoletta del suo ruolo e della sua annessa caratterizzazione?

G.R.: Non ricordo cosa pensasse del suo ruolo, ma posso immaginare che dovesse piacergli. In effetti, il personaggio era bello anche sulla carta. Inoltre, lei lo costruì molto bene. C'era di che essere soddisfatti.

Forse l'atmosfera del set era lontana dalla sua sensibilità. Si capiva che non era veramente il suo Mondo, anche perché l'impostazione del set era data dal regista, il quale era più vicino all'anima romana di un Fabrizio Bracconeri, e quindi lei, come Stefania Dadda, come Francesca Ventura, io stesso, rappresentavamo qualche cosa di diverso.

K.: Cosa ne pensi tu, invece?

G.R.: Anche rivedendolo oggi, penso che sia assolutamente uno dei migliori, dei più belli. Il suo, quello di Antonio Allocca... Chiaro che i protagonisti erano Fabio

Giacomo Rosselli e Nicoletta Elmi in una scena tratta dalla 1° stagione de "I ragazzi della 3 C" (1987), di Claudio Risi.

Ferrari, che faceva Chicco molto bene, e Fabrizio Bracconeri, vera star del gruppo, però quella era l'anima più verace, più romana. Quando c'era Nicoletta, si andava più sul surreale, e a me quelle scene piacevano, forse anche di più. Erano carini anche i personaggi di Elias e Tisini, soprattutto in alcune scene molto azzeccate. Si andava su un piano più paradossale, anche col professore, alle volte.

K.: C’è un nesso fra "I ragazzi della 3 C" e i veri giovani della seconda metà degli anni '80?

G.R.: Assolutamente sì. Tant'è vero che ci fu una stretta identificazione. Quando giravamo delle scene in esterno, c'erano addirittura le transenne. E poi, arrivavano valanghe, valanghe di diari da firmare, in cui ci dicevano: "Nella nostra classe esistono proprio quei tipi. Poi facciamo i giochi: c'è chi fa quello, chi fa quell'altro...".

I Vanzina son sempre stati bravi a interpretare la realtà e quindi dettero vita a dei personaggi che esistevano, nella vita di quei giorni e di quegli anni. In ogni classe c'è il "figo", la bella, la brutta, i fidanzati. Quasi degli archetipi.

K.: Riguardando il materiale girato per la prima serie, si può notare che il vostro era un gruppo più che mai affiatato. Come si poneva Nicoletta, da questo punto di vista? In poche parole, come viveva nella comitiva, e come si rapportava col resto del cast?

G.R.: Il primo anno il gruppo rimase molto compatto e unito. Fu un periodo assai divertente, e segnato da una grande unione tra tutti. Quindi anche Nicoletta faceva parte di questo gruppo e penso che si trovasse bene. Poi, col passare del tempo, le cose cambiarono. Anche il successo, in parte, cambiò le cose. Ma, in definitiva, io non penso che fosse fino in fondo il suo ambiente, per com’era. Neanche il mio, se è per questo. Ci stava, ci stava bene, c'era un bel rapporto di amicizia con noi, però c'erano alcune persone, tra cui credo anche Nicoletta, che si sentivano meno coinvolte. Si era creato un set molto romano, si facevano battute di continuo. Ad ogni modo, io con Nicoletta andavo d'accordissimo.

K.: Tutti quanti conosciamo bene la Nicoletta Elmi attrice, un tempo enfant prodige del cinema di genere nostrano e poi caratterista "al naturale" da giovane, ma sappiamo pochissimo della sua vita privata. C'è qualche ricordo che ti torna alla mente, pensando alla sua persona? Cos'è che vive in Giacomo Rosselli, di Nicoletta Elmi?

G.R.: A questo non so rispondere. So però, che abbiamo sempre avuto un rapporto simpatico, affettuoso. E questo mi fa molto piacere. So che la rivedrei molto volentieri e con molto interesse e curiosità.

K.: Tutti sappiamo i motivi per cui Nicoletta rifiutò di girare la terza e ultima serie de “I ragazzi della 3 C”, e che molti degli attori rammentano lo sgretolamento definitivo del gruppo durante la suddetta. Come ricordi quel periodo?

G.R.: Il gruppo in realtà non è che si è mai sgretolato veramente, nel senso che i rapporti di amicizia sono rimasti, negli anni. Proprio l'altra sera, è venuto a salutarmi a teatro Fabio Ferrari, con cui siamo amici. Renato Cestié, che è il mio amico storico, lo vedo. Fabrizio Bracconeri anche. Ricordo però che nella terza serie si ruppe un meccanismo. Intanto, era cambiata la produzione: i Vanzina, dopo due anni, cedono i diritti al produttore Claudio Bonivento, forse perché nell'estate del 1988 era accaduto un fatto drammatico: era morto in Spagna, in un incidente stradale accaduto durante le riprese di un film, Giulio Levi, amico di tutti noi, che lavorava nella produzione con Enrico Vanzina.

Il terzo anno fu il meno bello, perché appunto non c'erano più i Vanzina, che erano i padri della serie, soprattutto Enrico. Noi eravamo cresciuti, eravamo tutti dei "vecchietti", quindi ci spostarono all'università. Non era più una novità, per cui le puntate erano forse un po' meno belle. Si era perso un po' il baricentro. Mi ricordo che in quell'anno le puntate non si finivano mai, c'era un ritardo anche nella lavorazione. Fu meno interessante.

K.: Dopo il successo de "I ragazzi della 3 C", Giacomo Rosselli torna a dedicarsi alla messa in scena teatrale a tempo pieno, partecipando alla rappresentazione di classici quali "Romeo e Giulietta" e "Sei personaggi in cerca d'autore". Ultimamente, lo abbiamo visto recitare ne "La parola ai giurati", per la regia di Alessandro Gassman. Che cosa rappresenta per te il teatro?

G.R.: Un lavoro. E, credimi, non è poco.

K.: A cosa ti stai dedicando, in questo momento? C'è qualche progetto futuro che vuoi condividere con i nostri lettori?

G.R.: Tanti, tanti. Uno in particolare proprio con Alessandro Gassman, e spero che nel 2010 vada in porto. Poi ho dei progetti con la mia associazione culturale: c'è una rassegna di nuova drammaturgia dal Mondo, che è un progetto per Ottobre, e uno spettacolo tratto da un testo di Garcia Lorca degli anni '30, che si chiama "Di qui a cinque anni". Tanti, tanti, tanti. I progetti non mancano.