Intervista a Fabio Bussotti (24 Ottobre 2009)

Fabio Bussotti nasce a Trevi (PG) il 29 Gennaio del 1963 (Acquario). E' diplomato in lingue al Trinity College di Oxford e in recitazione alla Bottega Teatrale di Firenze di Vittorio Gassman e Giorgio Albertazzi. Nel 1989, vince il Nastro d'Argento come Miglior attore non protagonista per la pellicola "Francesco" (1989), di Liliana Cavani. Nel 2008 pubblica il suo primo romanzo, "L'invidia di Velasquez" (ed. Sironi).

K.: Fabio, quando hai avvertito un primo accostamento verso il mestiere d'attore?

F.B.: Quand'ero ragazzo. Una delle mie principali occupazioni al mio paese, che è Trevi, era andare al Teatro Clitunno con un gruppo di amici e cercare di fare un po' di teatro così... alla paesana. Al tempo, era solo un hobby. E' diventato un mestiere e anche un po' la mia vita quando, nell'ottobre del 1982, dunque quando avevo diciannove anni, abbandonai gli studi di medicina all'Università di Perugia e fui preso alla Bottega Teatrale di Firenze di Vittorio Gassman e Giorgio Albertazzi: da lì ho cominciato a fare l'attore. A casa attendono ancora il medico: possono continuare, perché non arriverà.

K.: Nel 1983 ti diplomi in recitazione appunto alla Bottega Teatrale, dove trovi come insegnante, oltre ai suddetti Gassman e Albertazzi, Adolfo Celi. Com'è stato, per un adolescente, avere come guide dei professionisti di quel calibro?

F.B.: E' stata una ricchezza che non si può paragonare con niente adesso, perché vedo che i giovani che oggigiorno frequentano le scuole di teatro, con tutto il rispetto, non hanno quella qualità che c'era allora. Fu un momento felice e irripetibile per il teatro italiano, quello degli anni ottanta, perché in quel periodo si investiva sui giovani e i grandi maestri erano disposti ad aprire le scuole. Ricordiamoci che in quel periodo non c'era solo la Bottega Teatrale di Firenze: Gigi Proietti a Roma apriva il suo laboratorio, Eduardo De Filippo apriva un laboratorio a Firenze insieme ad Orazio Costa, e anche lui, sempre nella stessa città, apriva la sua scuola. Dunque, i grandi maestri cominciavano a lavorare sulle nuove generazioni e le compagnie teatrali avevano bisogno di giovani talenti. Tutto ciò è durato per pochi anni, dopodiché è cominciato un lento declino che ci ha portato in un abisso del nulla. Quindi mi reputo un fortunato, perché i ragazzi di adesso non hanno la fortuna di lavorare con un maestro del livello di Adolfo Celi, che per me è stato forse uno dei più importanti.

K.: Nel 1984, la Maura International Film di Paolo Villaggio finanzia l'opera prima di Claudio Risi, figlio e fratello d'arte. Da un soggetto di Ugo Liberatore, nasce la storia di un ragazzo australiano che si ritrova costretto a riconquistare la barca a vela persa al gioco dallo zio. Come entrasti in contatto con la produzione di "Windsurf - Il vento nelle mani" (1984), il film che segna il tuo esordio sul grande schermo?

F.B.: Fu una cosa molto normale, all'epoca, nel senso che feci un provino. Lia Limena, famosa agente romana molto conosciuta nell'ambiente, mi disse: "Devi andare alla Maura Film", che al tempo stava sulla Cassia. Andai e subito capii che Claudio Risi cercava un tipo come me, vinsi facilmente quel provino. Il contratto, poi, era astronomico, una cifra che non avevo mai visto: guadagnai tra i quattro e mezzo e i cinque milioni di Lire per quel film, una cosa incredibile! Mi ricordo bene che pensai: "Guarda che contratto! E' la svolta!", e invece non era la svolta manco per niente. Era un inganno, uno dei tanti.

Quando parlai ai miei colleghi del provino vinto, mi mandarono subito a quel paese. Uno mi disse: "Eh, tu con quel naso! Certo!". Io questa me la sono segnata: che vuol dire? Tutti i nasoni vincono gli Oscar? Non l'ho capito, quel discorso.

K.: Nel film, Nicoletta Elmi interpreta Alice, la compagna del tuo personaggio, una ragazza particolarmente ingenua che, per diletto, distribuisce in spiaggia gelati cosiddetti "ortofrutticoli". Ricordi il primo incontro con Nicoletta? In che modo condividevate il set?

F.B.: Il primo incontro onestamente non lo ricordo. Ricordo però che lei aveva sempre un sorriso dolcissimo e una gentilezza e una grazia naturali. Non era per niente "cinematografara". Era una ragazza dagli occhi chiari e dolci che corrispondeva perfettamente al personaggio che, ovviamente, aveva accenti grotteschi. Lei aveva una sua poesia e conferiva ad Alice quella fisionomia paradossale che dava molto alla sceneggiatura che, per dirla tutta, non era Hemingway.

Fabio Bussotti in una scena del film "Windsurf - Il vento nelle mani" (1984), per la regia di Claudio Risi.

Devo dire però che la trovata migliore è certamente Nicoletta abbinata al mio personaggio: facevamo una coppia totalmente improbabile, due figure un po' metafisiche, un po' peynet, un po' poetiche, un po' curiose che forse sono tra le cose meno ovvie di un film che invece è costruito su modelli stereotipi. Apparivamo totalmente asessuati, in realtà potevamo essere due fratelli! Eravamo una cosa stranissima, un duo di una comicità leggera e per niente volgare, che ricordo con molto affetto.

K.: Ricordi il modo in cui Nicoletta si poneva nei confronti del suo personaggio? Pensi che ci si rispecchiasse, in qualche modo?

F.B.: Lo risolveva con simpatia, con leggerezza. Lei era un po' ferma, statuaria, aveva un aspetto fanciullesco. Ricordava certe donne della pittura pre-raffaellita: aveva i capelli rossi e lunghi ed era magra in volto.

Diceva delle cose stranissime e senza calcare: "Gelato all'ortica con dentro le melanzane", e lo diceva con un modo di fare molto british che le veniva dalla sua educazione e dalla sua famiglia, che tra l'altro conobbi una volta che andai a casa sua. Era una gentilezza d'educazione ma anche naturale, che le permetteva di dire delle cose buffe rimanendo nella sua poesia. Certamente una delle cose più riuscite del film è proprio la sua interpretazione.

K.: Non c'è ombra di dubbio sul fatto che la pellicola giri attorno alla figura di Pierre Cosso, ragazzo francese scoperto da Claude Pinoteau ne "Il tempo delle mele 2" (1982). Lui stesso, qualche anno fa, si è definito, riferendosi al periodo specifico, come "un piccolo arrogante". Avere come collega uno dei sex symbol del momento ha influito in qualche modo durante la lavorazione?

F.B.: Assolutamente no, non ci pensavo proprio a questo aspetto. Sapevo che era un attore in quel momento desiderato dalle ragazzine, diciamo lo Scamarcio di quei tempi... Però, sinceramente, per me era un compagno di lavoro molto carino, leale, cortese, simpatico. Siamo usciti a cena diverse volte, andavamo a mangiar la pizza con molta semplicità. Ad ogni modo, penso che lui soffrisse un po' il fatto di essere relegato a questo tipo di successo per ragazzine, tant'è vero che, come attore, si è dovuto reinventare completamente, come fece John Travolta per uscire da "La febbre del sabato sera". Nel campo francese ed europeo, Pierre si è reinventato e ha dimostrato di essere un attore. Quando esci dallo stereotipo puoi rilanciare il gioco, ci puoi provare. Lui c'ha provato e ci è riuscito. Mutatis mutandis.

K.: Secondo te, perché le aspettative della produzione non furono soddisfatte ai botteghini, seppur la presenza, appunto, di un attore allora in voga come Cosso?

F.B.: Guarda, le ragioni del successo o dell'insuccesso nessuno le sa. Puoi anche sviscerare diversi motivi, ma non arrivi mai a capire la ragione vera. Io penso, comunque, che il film fosse troppo furbo. I produttori pensavano di cavalcare l'onda del successo de "Il tempo delle mele" prendendone il protagonista, trasferendo l'azione in Italia e facendo delle storie d'amore con dei comici in mezzo, ma in realtà la confezione era troppo scopertamente furba: il pubblico non abboccò all'amo subito. Solo nelle riproposizioni televisive il film ha avuto degli ascolti alti, tant'è vero che lo rimandarono per molti anni. C'era gente che mi veniva a dire: "T'ho visto ieri in TV!". Ieri... insomma, vedevano mio figlio ad un certo punto, perché quando lo girai ero giovanissimo, e rispondevo: "Sì sì, quello è un mio parente... Non sono io, è una questione di omonimia... Lasciatemi in pace...".

K.: C'è qualche ricordo che ti torna alla mente, ripensando a Nicoletta, dentro e fuori dal set?

F.B.: Ricordo una passeggiata sulla spiaggia. Era una mattina che non si lavorava, lei mi chiese del mio lavoro, del teatro, di Gassman, e io le dissi un po' di stupidaggini. Parlai più io, come succede spesso quando si è troppo giovani e un pochino cretini: avrei dovuto lasciar parlare lei, che forse aveva cose più interessanti da dire. Ricordo la luce, i suoi capelli lunghi e rossi che riflettevano il sole, il mare, un po' di vento, e che avrei voluto darle un bacio, ma fui troppo timido, in quell'occasione.

Fabio Bussotti e Nicoletta Elmi in una scena del film "Windsurf - Il vento nelle mani" (1984), per la regia di Claudio Risi.

K.: Dopo "Windsurf", Fabio Bussotti comincia a farsi strada in alcune produzioni cinematografiche d'autore, fra cui "Intervista" (1987), di Federico Fellini e "Francesco" (1989), di Liliana Cavani, film che gli è valso il Nastro d'Argento del SNGCI (Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani, Ndr) quale Miglior attore non protagonista. Cosa porta un riconoscimento in casa di un attore?

F.B.: Porta un po' di euforia, ed è talmente forte che non la controlli. Poi, passato quel momento, fai i conti col fatto che questi premi non vogliono dir niente. Noi facciamo, soprattutto in Italia, un mestiere che ogni volta che fai qualche cosa e la finisci, devi ricominciare da capo. Non ti è riconosciuto niente, non acquisisci un punteggio nella tua carriera. Il cinema, poi, è spietato: un periodo ti fa lavorare per una sorta di conformismo che c'è tra i casting o i registi odierni. Poi, improvvisamente, ti dimentica, e non c'è una ragione precisa. I premi sono così, sono schizofrenici. C'è un momento di euforia che ti fa sentire chissà chi, ma non contano nulla. Devi andare avanti e ricominciare da capo facendo finta di non aver vinto niente. E' come segnare un gol in una partita: l'allenatore dovrebbe dire "State calmi ragazzi. Facciamo finta che stiamo ancora zero a zero." Bisognerebbe fare così anche con i premi.

Ad ogni modo, la prima telefonata che ricevetti dopo la vittoria del Nastro d'Argento, fu proprio di Nicoletta, che mi rintracciò nella casa dei miei genitori, in Umbria. Cercò il numero e lo trovò, perché lei aveva solo il mio recapito telefonico di Roma. Mi fece una telefonata molto carina, molto affettuosa, dicendo: "Io l'avevo visto il tuo talento, sapevo che ce l'avresti fatta, che avresti vinto dei premi, e ti auguro tanta fortuna." Io rimasi commosso, perché fu una cosa gentile e spontanea, di cuore. Le dissi: "Guarda, io non merito tante cose, credo di aver fatto un buon film, di aver fatto un buon lavoro. Adesso, però, sei molto gentile e mi imbarazzo." I complimenti mi hanno sempre imbarazzato, ma lei me li fece con molto affetto. Quella telefonata non la scorderò mai. Per questo adesso la voglio rintracciare.

K.: Oltre al cinema, per Fabio c'è anche il teatro. Forse principalmente. Come abbiamo già detto, inizi sotto la direzione di Gassman, con il quale collabori per rappresentazioni quali il "Macbeth" di Shakespeare, "L'uomo dal fiore in bocca" di Pirandello e "I misteri di Pietroburgo", nel quale ritroviamo come co-regista Adolfo Celi. Da qualche anno, ti abbiamo visto autore e regista con spettacoli come "Remoti controlli", "Tam Tam Tabarin", "Viva l'Italia", "Il mio paese è l'Italia", "Tutte le tue creature", "L'Ulisse di Borges" e "Uscita di sicurezza". Quest'anno, hai partecipato assieme ad Alessandro Gassman e al nostro amico Giacomo Rosselli ad una messinscena de "La parola ai giurati", di Reginald Rose. Cosa significa per te la parola "teatro"?

F.B.: Non lo so, adesso ci sono invischiato. Hai tempi di "Windsurf - Il vento nelle mani", quando ho conosciuto Nicoletta, per me era una ragione di vita. Forse avevo bisogno del teatro anche da un punto di vista terapeutico, per vincere le timidezze e per affrontare la vita. Adesso, a quarantasei anni suonati, il teatro ha un altro significato. Già il mestiere dell'attore di teatro mi sta stretto e raramente mi diverto. Ne "La parola ai giurati" mi divertii molto, perché era bello il personaggio, era bella la messa in scena, i compagni erano formidabili, ma il momento in cui ti diverti è sempre più raro, perché probabilmente si è sempre più esigenti. Il teatro è un lavoro empirico e artigianale, bisogna affrontarlo giorno per giorno, andare avanti, vedere che cosa succede. Le soddisfazioni sono sempre minori, perché uno è sempre più ambizioso. Ambizioso non per la carriera, ma per la qualità del lavoro, sia chiaro, perché della carriera non me ne importa più niente, vorrei sopravvivere e basta.

K.: Nel 2008, la casa editrice Sironi distribuisce il tuo primo romanzo, intitolato "L'invidia di Velasquez", un thriller incentrato in principal modo sul suddetto pittore e sulla sua opera "Las Meninas", nota anche col titolo di "Quadro di famiglia". Com'è nata l'idea di affrontare il mondo della letteratura?

F.B.: E' nata un pochino per caso. "L'invidia di Velasquez" era in origine la sceneggiatura per un thriller internazionale. Io l'ho presentata a qualche produttore, ma quando hanno capito che era ambientato un po' a Roma, un po' a Siviglia e un po' a Madrid, sono svenuti per paura dei costi, come tu ben sai. Io, per non buttare la storia, ho trasformato la sceneggiatura in un romanzo, e mi sembrava carino. Alla fine mi sono detto: "Guarda, secondo me chi lo legge si diverte." Non ho pretese letterarie, io. Uno che fa un viaggio in treno da Roma a Milano o viceversa, se lo legge e si diverte. Con questo spirito l'ho presentato a qualche editore, e Sironi ha detto sì. Adesso preparatevi, che arriva il secondo.

K.: Possiamo quindi concludere con una domanda ormai consueta. Ci sono dei progetti che senti di voler condividere con i nostri lettori?

F.B.: Sì. Il prossimo romanzo, appunto, si intitola "Il cameriere di Borges", una storia rocambolesca spero divertente come "L'invidia di Velasquez". Inizia con Che Guevara e finisce con Borges, e in mezzo c'è un fottio di vicende, più o meno curiose, che divertiranno.