Intervista telematica a Enrico Vanzina (6 Maggio 2011)

Enrico Vanzina nasce a Roma (RM) il 26 Marzo del 1949 (Ariete). Primogenito del regista Steno (al secolo Stefano Vanzina), debutta nel ruolo di co-sceneggiatore per il film "Luna di miele in tre" (1976), diretto dal fratello minore Carlo e interpretato da Renato Pozzetto. Durante il decennio successivo, produrrà un cospicuo numero di pellicole di successo, fra le quali "Eccezzziunale... Veramente" (1982), "Sapore di mare" (1982) e "Vacanze di Natale" (1983), titoli, questi ultimi, destinati a cambiare per sempre il corso del cinema di genere nostrano. Oltre ai consueti appuntamenti natalizi, ha collaborato, recentemente, alla realizzazione del thriller "Sotto il vestito niente - L'ultima sfilata" (2011), sempre per la regia di Carlo Vanzina.

K.: Sig. Vanzina, quando e come maturò la sua passione per il cinema?

E.V.: Credo che il cinema stava nel mio destino. Un destino al quale non potevo sfuggire per ragioni anagrafiche

K.: Figli di Stefano Vanzina, in arte Steno, uno dei cineasti più rinomati nella storia del cinema nostrano, autore di pellicole come "Guardie e ladri" (1951) e "Un americano a Roma" (1954), tanto per citarne alcune, i fratelli Vanzina iniziano il loro percorso artistico con il film "Luna di miele in tre" (1976), prodotto da Achille Manzotti e interpretato dalla coppia Cochi (Ponzoni) e Renato (Pozzetto), al tempo fortunatissimo duo lanciato da trasmissioni televisive quali "Canzonissima '74", di Eros Macchi. Come fu quella prima esperienza, in veste di soggettista e sceneggiatore?

E.V.: Fu molto divertente. Pozzetto e Cochi erano molto giovani, come noi. Quel film fu scritto e poi realizzato in grande allegria. Non pensavamo all’incasso. Pensavamo di costruire un nuovo gruppo di cineasti che potessero portare nuove idee alla commedia italiana che in quegli anni segnava il passo.

K.: Per i Vanzina, un sentore del futuro successo arriva nel 1980, con il film "Arrivano i Gatti", interpretato, per l'appunto, dal gruppo de I Gatti di Vicolo Miracoli, nonché con tre pellicole interpretate da un giovanissimo Diego Abatantuono, appena uscito dal noto locale cabarettistico milanese Derby, ossia "Una vacanza bestiale", sempre dello stesso anno, "I fichissimi" (1981) e "Viuuulentemente mia" (1982). Insomma, possiamo dire che la consacrazione della stella di Abatantuono sia, in gran parte, vostro merito.

E.V.: E’ vero, fummo i primi a capire il potenziale enorme della comicità di Diego Abatantuono. Ma il merito del suo successo è “suo”. Diego è un attore/autore. Non si può scrivere per lui senza attingere al suo formidabile repertorio.

K.: Nello stesso '82, la consacrazione con "Eccezzziunale... veramente", sempre con Abatantuono protagonista, e "Sapore di mare": due titoli che, ancor oggi, riecheggiano con furore fra i ragazzi che ebbero la possibilità di visionarli al cinema e le nuove generazioni; due film affrontati in maniera nettamente differente, eppure di egual successo. A distanza di 29 anni, come si pone, nei loro confronti? Quali sono stati gli ingredienti, che vi hanno portato fortuna ai botteghini?

E.V.: Questi film sono molto diversi. “Eccezziunale” è un film che nasce dalla nostra passione per il calcio. Lo conosciamo e quindi sappiamo bene come raccontarlo. “Sapore di mare” invece è un film autobiografico. Abbiamo raccontato quello che era successo a noi negli anni ’60. E’ un film onesto, pieno di sentimento.

K.: Un altro film con Abatantuono protagonista ("Il ras del quartiere", 1983) e si arriva al primissimo cine-panettone, "Vacanze di Natale" (1983), prodotto da Aurelio De Laurentiis, con il quale si propone una struttura simile, per assonanza, al precedente "Sapore di mare", in questo caso in versione "sciistica".

E.V.: “Vacanze di Natale” non è un cine-panettone, termine che ci fa schifo. Era un signor film. Forse il migliore della nostra carriera. Aveva una carica adrenalinica fortissima. Un mix di umorismo, musica e sentimenti. Gli attori erano tutti perfetti. Un film irripetibile.

K.: Nel 1984, oltre all'on-the-road "Vacanze in America", la CG Silver Film distribuisce una commedia rosa destinata a rimanere un piccolo cult, fra gli ammiratori del genere. Stiamo, ovviamente, parlando di "Amarsi un po'..." (1984), il quale racconta dell'impossibile e tortuosa relazione fra un metalmeccanico (Claudio Amendola) e una principessa (Tahnee Welch). Come ebbe inizio, il tutto?

E.V.: Tutto ebbe inizio con Claudio Amendola. Era giovane, pieno di talento. Ci piaceva molto e quindi abbiamo pensato di dedicare a lui le nostre sceneggiature. I due film sono diversi ma tutti e due azzeccati. “Amarsi un po’” è uno dei pochi esempi di film italiani che riescono a mescolare con una certa grazia la commedia al melodramma.

Nicoletta Elmi in una scena del film "Amarsi un po'..." (1984), di Carlo Vanzina.

K.: Nel cast di "Amarsi un po'...", appunto, troviamo Nicoletta Elmi, alla prima interpretazione svolta in età adolescenziale. Quali furono i motivi che vi portarono a sceglierla per il ruolo di Amanda, amica e confidente della protagonista Cristina (Welch)?

E.V.: Nicoletta era una giovane attrice molto elegante, cosa rara nel panorama italiano. Non solo, era anche molto spiritosa. Insomma, perfetta per quel ruolo.

K.: Come si poneva, nei confronti del personaggio? Come lo risolveva?

E.V.: Questo dovete chiederlo a lei.

K.: Ricordiamo, nuovamente, che la Elmi torna al cinema dopo circa otto anni di assenza. La sua ultima pellicola nota, al momento, è "Profondo rosso" (1975), di Dario Argento. Ha qualche ricordo, in merito al suo rientro nel mondo dello spettacolo?

E.V.: Ho troppi ricordi. Sono passati tanti anni e faccio un po’ di confusione. Comunque la ricordo con immenso affetto.

K.: Sempre nella metà degli anni '80, i Vanzina concepiscono l'idea di una serie televisiva intitolata "Un anno di scuola", assoldando un giovanissimo gruppo di attori, fra cui Nicoletta Elmi, e affidando la regia della puntata pilota al fidato Neri Parenti, al tempo noto per aver portato alla ribalta la figura di Paolo Villaggio. Vuole raccontarci come ebbe inizio l'avventura de "I ragazzi della 3 C" (1987)? Come nacque il concept che portò a ben tre serie di successo?

E.V.: Noi abbiamo prodotto solo le prime due serie. L’idea nacque perché volevamo imporre un serial italiano. Ci siamo riusciti. Fu una grande scommessa ma vinta alla grande. Nessuna serie italiana ha mai ottenuto lo share che ebbe la nostra.

K.: In questo caso, Nicoletta Elmi interpreta Benedetta Valentini ("Quella pazza sciroccata...", Ndr), la dark del gruppo di giovani liceali, ruolo inizialmente affidato alla bresciana Stefania Dadda: un personaggio, a detta dei colleghi attori, contrapposto alla vera natura della Elmi stessa.

E.V.: Nicoletta è una vera attrice quindi poteva interpretare tutto, anche quella matta di Benedetta.

K.: Una delle peculiarità del personaggio, oltre allo stile crepuscolare, è l'attinenza ad un certo cinema di genere, per lo più nord-europeo: in casa vi sono poster di Wim Wenders e il suo gatto si chiama, appunto, Herzog, in onore dell'omonimo regista tedesco. Qual'è il nesso tra la Valentini e gli adolescenti del periodo? E come nasce il vistoso collegamento con l'arte impegnata del decennio?

E.V.: Non lo so. La Valentini era molto simile a molte ragazze “dark” che conoscevamo. Tutto qui.

K.: Una curiosità. In collaborazione con il musicista Augusto Martelli, qui in veste di autore della colonna sonora originale, concepì il brano di chiusura della prima serie, "Un giro nel cuore", e quello di apertura della successiva, "Studiare in jeans" (1988). Come definirebbe, questa parentesi musicale?

E.V.: Abbiamo lavorato con quasi tutti i più grandi musicisti italiani (Armando Trovajoli, Ennio Morricone, Pino Donaggio, Andrea Guerra, etc., etc.), Martelli è stato uno di questi. Era intelligente, rapidissimo e conosceva bene il mezzo televisivo.

K.: Oltre alla mancata presenza della Elmi stessa, la terza serie vede il passaggio dei diritti, dopo due anni di successi, al produttore Claudio Bonivento. Vuole raccontarci di quel periodo specifico? Cosa provava, nel vedere una propria creazione nelle mani di qualcun'altro?

E.V.: Niente di particolare. Sono abituato. Nel corso del tempo hanno fatto infiniti seguiti dei nostri film.

Nicoletta Elmi e Fabrizio Bracconeri in una scena tratta dalla puntata pilota della 1° stagione de "I ragazzi della 3 C" (1987), di Claudio Risi.

K.: Tornando a noi, l'ultima interpretazione di Nicoletta Elmi, giunta ai nostri giorni, è proprio contenuta nella seconda serie de "I ragazzi della 3 C". Successivamente, il repentino abbandono delle scene, a causa dei pochi ruoli disponibili, e la scelta di ricominciare la propria vita professionale da zero. Tornando con la mente alla seconda metà degli anni '80, avendo avuto la possibilità, in quale ruolo la avrebbe impiegata? Che tipo di cinema le sarebbe calzato a pennello?

E.V.: Ripeto, Nicoletta è un’attrice. Avrebbe potuto fare tutto.

K.: Una domanda d'obbligo, nelle nostre interviste. Tutti quanti conosciamo bene la Nicoletta attrice, enfant prodige del cinema di genere nostrano e poi adolescente caratterista, ma sappiamo ben poco della sua vita privata. C'è qualche ricordo che le ritorna in mente, pensando alla sua persona?

E.V.: Era timida, anche se apparentemente spigliata. Con lei abbiamo fatto uno spot per la regia del grande Gillo Pontecorvo (Pinot Chardonnay Cinzano, NdR). La mattina che Nicoletta arrivò sul set tremava. Mi fece tenerezza.

K.: Facendo una rapida carrellata della sua carriera, cosa significa per lei il termine "cinema", Sig. Vanzina?

E.V.: E’ un modo per far sognare tante persone che ne hanno bisogno.

K.: Da quasi trent'anni a questa parte, i fratelli Vanzina continuano a sbancare i botteghini di tutta Italia con i loro consueti appuntamenti. Come vi ponete, nei confronti dello stato attuale dell'arte cinematografica? Inoltre, quale segreto si cela, dietro il tanto affetto dimostrato, nel passare del tempo, da parte del pubblico nostrano?

E.V.: Se abbiamo avuto successo, è proprio grazie al pubblico. Il nostro segreto? E’ di scrivere e realizzare i film pensando come la pensa il pubblico.

K.: Al momento, i Vanzina sono nelle sale con il terzo sequel del thriller "Sotto il vestito niente" (1984), intitolato "L'ultima sfilata", interpretato da Francesco Montanari, Vanessa Hessler e Richard E. Grant. Un ritorno ad un genere a voi caro, a quanto pare.

E.V.: Sì. Ahimè, il film non è stato un successo. Ha incassato come un film d’autore. Forse lo era.

K.: Essendo, appunto, un produttore di successo, vuole lanciare, come tale, un messaggio ai giovani cineasti che vogliono concretizzare i loro sogni? Soprattutto ora che stiamo vivendo un periodo fatto di numerosi tagli allo spettacolo e alla cultura.

E.V.: Il cinema non si improvvisa. Per farlo bisogna studiare, seguire chi lo fa, avere l’umiltà di imparare. Chi pensa di essere Kubrick al primo film finisce male.

K.: Ci sono progetti futuri, che volete condividere con i nostri lettori?

E.V.: I film prima vanno realizzati. Parlarne prima porta male.